La pandemia, come un uragano, ha scombussolato le nostre vite, spazzando via le care vecchie abitudini. Tuttavia, l’abbandono forzato di alcune di queste potrebbe aver avuto conseguenze positive sull’ambiente, spianando la strada da seguire in futuro.
L’European Environment Agency ha redatto un report volto ad indagare l’impatto del Covid sull’inquinamento atmosferico.
Secondo quanto emerso, la limitazione degli spostamenti e delle attività antropiche hanno ridotto le emissioni di gas serra, portando ad un conseguente miglioramento della qualità dell’aria a livello globale.
Durante il periodo di lockdown, è stata registrata una riduzione dei livelli di biossido di azoto compresa tra il 30 e il 60% nei paesi dell’Unione Europea. Minore la percentuale di riduzione del PM2.5 (tra il 5 e il 20%), quasi impercettibile quella di PM10.
Per giunta, sembrerebbe che il dilagare del Coronavirus sia in un certo senso collegato proprio alla qualità dell’aria e all’inquinamento. Il CAMS (Copernicus Atmosphere Monitoring Service) tiene costantemente sotto controllo la qualità dell’aria in Europa e nel mondo. I dati rilevati sono aperti a tutti e reperibili sul sito web dell’istituto.
A partire da queste e da altre informazioni – ricavate da strumenti quali le centraline di monitoraggio, le misure satellitari e le simulazioni sulla componente atmosferica – sono state condotte numerose ricerche.
Alcune hanno dimostrato che un’esposizione prolungata all’aria inquinata rende l’organismo più vulnerabile alla contrazione di virus respiratori, mettendo in evidenza la capacità del SARS-CoV-2 di rimanere legato alle particelle di PM10.
Altre hanno scoperto che le zoonosi (malattie che si trasmettono dagli animali agli uomini) sono favorite dalla perdita di biodiversità provocata dalla distruzione dell’ambiente, a sua volta causata dall’urbanizzazione, dall’inquinamento e dai metodi di allevamento industriale.
Per verificare l’impatto del Covid sull’inquinamento atmosferico, sono stati messi a confronto gli anni precedenti al 2020 con i mesi di lockdown. Per citare un caso concreto: nel settembre 2020, la London School of Hygiene & Tropical Medicine (LSHTM), in collaborazione con il Multi-Country Multi-City (MCC) Collaborative Research Network, ha analizzato il rapporto tra il decremento di alcune sostanze inquinanti nell’aria e le misure di blocco messe in atto in 50 città europee. Dai risultati è affiorata una netta riduzione di biossido di azoto in Europa centrale (Nord Italia, Francia, Germania), quasi impercettibile invece nell’Europa del Nord.
Se diversi epidemiologi si sono fatti sostenitori del positivo impatto del Covid sull’inquinamento atmosferico, altri ricercatori hanno ridimensionato tale ipotesi, ritenendo che l’alterazione della componente atmosferica potrebbe essere derivata da altri fattori esterni – come l’aumento di ozono e la situazione meteorologica – e che, in ogni caso, la diminuzione del biossido di azoto sarebbe stata inferiore al 30%. Anche l’Organizzazione Meteorologica Mondiale e la National Academy of Sciences hanno denunciato livelli ancora troppo alti di CO2 nell’atmosfera: nonostante lo stop causato della pandemia, la quantità di anidride carbonica e di metano sarebbe addirittura aumentata in maniera più veloce rispetto all’ultimo decennio.
Un effetto sicuramente negativo scaturito dalla pandemia è stato l’incremento di prodotti e rifiuti in plastica monouso (mascherine, guanti, contenitori per igienizzanti…), ricavata perlopiù da derivati del petrolio, deprezzato per il crollo della domanda di combustibile. Si spera che questo infelice ritorno al passato sia limitato esclusivamente alla situazione di emergenza e che non ci faccia dimenticare il buon uso di ridurre il consumo di plastica per sostituirla con materiali più ecologici, questo sarà sicuramente reso più facile dal decreto legislativo 196, entrato in vigore il 14 gennaio 2022 e che prevede il divieto d’uso di plastica monouso, non compostabile e non biodegradabile.
Da un periodo di lockdown più o meno prolungato, ci si aspettavano risultati migliori. Certo è che ad averne beneficiato sono stati gli animali e le piante, i quali hanno potuto riappropriarsi degli spazi naturali.
Se è vero che il Covid-19 ha avuto il potere di far decrescere le emissioni, ciò non basta: urge prendere provvedimenti che abbiano effetto a lungo termine. Primo fra tutti il passaggio verso tecnologie a basso rilascio di carbonio.
La discussione sull’impatto del Covid sull’inquinamento atmosferico non fa che fornire dei motivi in più per spingerci a reimpostare il nostro rapporto con l’ambiente su uno stile di vita sostenibile ed ecocompatibile. Per secoli, l’essere umano ha ingenuamente ed egoisticamente pensato che le sue azioni non avessero una ricaduta sull’ambiente circostante, ma al giorno d’oggi abbiamo la certezza del contrario. Se non ci affrettiamo a modificare i cattivi costumi, le conseguenze sul pianeta saranno devastanti.

